Blodiga Skald

Recensione a cura di Alessia VikingAle

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3/3/2022 4 min read

I Blodiga Skald si formano a Roma nel 2014 e la sua line up è composta da: Nicola Petricca alla batteria, Daniele Foderaro alla chitarra, Anton Caleniuc alla voce, Ludovica Faraoni a tastiere e fisarmonica, Emanuele Viali al basso e Sefora Centurioni al violino. La loro idea fin dall’inizio è di unire sonorità metal moderne a quelle di un folk spensierato e dal songwriting incentrato sulle scorribande e le (dis)avvenure di un gruppo di orchi intento a sterminare le razze nobili (soprattutto elfi, quegli infami). Nel 2015, dopo alcune esibizioni live, esce il loro primo EP “Tefaccioseccomerda” che riscuote un buon successo, grazie anche alla cover con videoclip annesso di “La Isla Bonita”.

Due anni dopo vede la luce il loro primo album Ruhn, uscito sotto l’ala della Soundage Productions (che ha già lavorato con Arkona e Kalevala, per dirne due). L’estate di quell’anno vede la band impegnata a conquistare palchi: prima la vincita dello Zaiet contest che li porta ad aprire ai Lacuna Coil, poi un mini tour in Romania e Bulgaria calcando gli stessi palchi di Jinjer, Infected Rain ed Arkona.

Gli anni passano ed ecco che ad aprile di quest’anno vede la luce il loro secondo album, “The Undrunken Curse”, di cui parleremo oggi. Intanto, qualche dato tecnico: l’illustrazione di copertina è stata affidata a Darkgrove (autore, tra le altre, di cover di dischi folk metal iconici come “Tales Along this Road” dei Korpiklaani o “Eric the Red” dei Tyr), David Logan si è occupato di orchestrazioni, Mix e Master, ed infine il disco contiene anche la collaborazione di Keith Fay dei Cruachan in “Yo Ho The Sail Is Low”.

Iniziamo con il brano di apertura, “The Curse”: melodie ed orchestrazioni catturano in tempo zero l’attenzione dell’ascoltatore, che si trova davanti ad un folk metal energico e “catchy”, insieme ad una composizione in grado di cambiare atmosfere al momento giusto, si veda nella intro e alla fase del brano in cui compare Kerrigan a maledire la combriccola di orchi, dando inizio alla vicenda.

“Yargak” è il nome del mago cui i Nostri sono diretti per cercare di spezzare l’ignobile maledizione, ma al loro arrivo scoprono che anche Yargak è stato maledetto da Kerrigan. Lo stregone gli ha tolto capelli e barba, lasciandolo senza dignità ma con un indizio per far proseguire il viaggio ai Nostri per spezzare la maledizione. In questo brano troviamo melodie più cupe come se i Nostri stessero percependo la minaccia reale di Kerrigan e l’importanza del loro viaggio per fermarlo, che ormai non riguarda più solo una questione personale.

“Sbabobo” è il racconto di come il loro attacco a Kerrigan nelle paludi finisca in una maniera non ben definita, in quanto un altro incantesimo fa capolino nella storia: “Sbabobo”, che butta in caciara battaglia e canzone, ammaliando persino i Blodiga Skald che non riescono a smettere di pronunciare quella parola. La musica qui si fa epica ed è facile immaginarsi i nostri orchi impegnati a staccare teste con questa canzone in sottofondo.

“Estelain” è la prossima tappa del viaggio: una città di elfi cui vogliono chiedere aiuto. Cadono però in una imboscata e vengono umiliati due volte: la prima perché si svegliano truccati, la seconda perché vengono derisi anziché aiutati per la loro maledizione. Il brano ha un’aria esotica come deve sembrare una città di elfi ad un orco, soprattutto se gli elfi vengono descritti come danzatori del ventre, condita con un’atmosfera di mistero ed avventura. La parte finale strizza l’occhio (o l’orecchio?) alla musica classica, particolare ben eseguito ma forse nel contesto di una storia fantasy mal si amalgama al contesto.

“Spirits of Water” è un brano di pausa dalle rocambolesche e un po’ sfigate avventure della combriccola di orchi, mostrando qui una ballata con mandolino e doppia voce femminile e maschile, quest’ultima che arriverà solo nella parte finale a cantare una parte in russo.

“The Sacrifice” riprende la storia degli orchi laddove li avevamo lasciati: arrabbiati per le umiliazioni subite e perché il segreto sulla loro maledizione è svelato. La loro rabbia e sete di vendetta è papabile dalla musica roboante e battagliera. “Tourdion” è un intermezzo strumentale che accompagna l’ascoltatore verso il terzo ed ultimo atto di questa storia.

“To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley)” mostra I nostri orchi ancora in viaggio, stavolta verso Sorrow Town, convinti che non avranno interruzioni. Ovviamente non sarà così: incontreranno infatti lungo il loro cammino un gruppo circense che li rallenterà. La musica, che all’inizio dava un’impressione di “viaggio in corso”, vira su toni più cupi pur riprendendo la melodia iniziale, mentre i circensi prendono il sopravvento sulla narrazione fino al delirante passaggio con il tema del circo e la promessa che i circensi non dimenticheranno l’affronto che gli orchi hanno fatto loro, mangiando il loro boss durante una colluttazione.

“Fugue” è un altro intermezzo strumentale che rimanda alla musica classica. Questi intermezzi danno l’idea come di un intervallo a teatro tra un atto e l’altro.

“Yo-Oh The Sail Is Low” inizia roboante e pomposa come il mare in tempesta, per proseguire come un canto di marinai. Di mare e navi tratta infatti la canzone, con i nostri orchi che si ritrovano ad andare per mare, ricordandosi troppo tardi che nessuno di loro è un marinaio. Keith Fay si occupa di cantare il ritornello della canzone.

Arriviamo al finale, “Never Leave A Friend Behind”. Vargan è stato catturato nella canzone precedente ed il brano tratta del gruppo di orchi organizzare una battuta di salvataggio, per poi proseguire alla volta della battaglia finale. Più di una volta nel corso del brano si sentono ancora richiami alla musica classica che possono risultare fuori tema, ma uniti alla maestosità generale del brano non risulta poi così fuori posto. Il brano si conclude con una parte strumentale che ricorda il mood dei Finntroll in Midnattens Widunder. In realtà ci sarebbe anche una bonus track, “TechnoBlodiga”, dove ci troviamo davanti alle melodie già ascoltate durante il disco remixate in chiave techno.

Tirando le somme, “The Undrunken Curse” è un ottimo disco per tutti gli amanti del folk metal di stampo fantasy e “caciarone”, di quello che in sede live farà pogare il pubblico in più di una occasione. Buona la composizione dei brani, lavoro in cui i Blodiga Skald si sono già dimostrati più che capaci nei loro lavori precedenti, e buone anche le orchestrazioni, che danno ulteriore volume ai brani. Rimaniamo in attesa di nuove disposizioni da parte dei “poteri forti” per avere la possibilità di vederli dal vivo in un prossimo (speriamo) futuro!

80/100