Azog

Recensione a cura di Edoardo Goi

REVIEWS INSANE VOICES LABIRYNTH

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3/5/2022 6 min read

L'anno appena conclusosi ha regalato alla scena black metal italiana alcune perle che faranno senz'altro parlare di se anche nei mesi a venire: penso, ad esempio, al clamoroso ritorno a breve giro di posta degli epic/avantgarde black metallers Dawn Of A Dark Age, capaci in breve tempo di dare seguito a un lavoro importante come “La Tavola Osca” con un lavoro dal peso specifico altrettanto notevole come “Le Forche Caudine”, o allo splendido ritorno degli Omnia Malis Est, che col nuovo “Lucania” sono riusciti a dare al loro black metal oscuro ed evocativo connotati di radicamento territoriale ancora più marcati che in passato, ma anche al debutto dei Morcolac,”A Vampiir Is Born”, capace di rinverdire i fasti del “Vampyric Black Metal” affidandosi a un black metal tanto crudo quanto evocativo e smarcandosi completamente dalla pacchianeria visuale e sonora che aveva contrassegnato questo sottogenere a un certo punto della sua evoluzione, o ai canti di disperazione dei Vita Odiosa, riconfermatisi al top di una scena come quella depressive che troppo spesso tende a perdersi in inutili lagne, salvo ritrovare la retta via grazie a lavori meravigliosi e privi di baggianate autocommiserative come il loro “L'Estasi Del Trapasso”, per concludere questa rapida carrellata coi ruggiti mortiferi e fieramente old school dei Gort con l'intenso “Humanitas Dolor Mundi” (entrambi questi ultimi verranno trattati a breve su queste colonne) o il black metal “alpino” dei magnifici A' Repit, capaci di ammaliare la scena col loro splendido “I Canti Della Veglia”.Alla lista dei grandi lavori che vanno a iscriversi al novero degli album che renderanno il 2021 un'annata da tramandare ai posteri si iscrive di diritto anche questa spettacolare opera prima su lunga distanza dei tranesi AZOG, giunti al full dopo il demo “... From The Ashes” del 2018 e lo split (in compagnia di Veratrum, Ulfhednar e Angrenost) “Obscura Liturgia” del 2019. Fondati nel 2016 e consolidati in una formazione che vede Aldo Musacco (membro fondatore e unico superstite della formazione originaria nata dalle ceneri del suo precedente progetto a nome Vorators) alla voce e alla chitarra solista e acustica, Leonardo Del Duca alla chitarra ritmica, Raffaele Lastella al basso e Giovanni Scaringi alla batteria, i nostri arrivano a questo primo full length AB CHAI RUINIS forti di una maturità compositiva e di una personalità stilistica tanto evidenti quanto invidiabili, concretizzate in otto brani (più intro e outro) di black metal melodico dai connotati fortemente old school dal livello sinceramente esaltante. Pubblicato sull'etichetta nostrana Wine And Fog, l'album si apre sulle note oscure e pregne di magismo dell'intro tastieristico MAELSTROM OF MIST (composta da Marco Aquino, primo dei numerosi ospiti che troveremo fra le tracce dell'album) per poi esplodere definitivamente con la incontrovertibile dichiarazione di intenti di THROUGH THE BURNING ASHES OF MANKIND, tanto ferale quanto ammantata di oscuri sentori. I punti di riferimento stilistici sono quelli classici: primi Marduk e Dark Funeral, Lord Belial, ma anche act più oscuri come Mork Gryning, Sorhin primissimi Dark Fortress, Blot Mine e Thy Primordial, il tutto amalgamato alla perfezione in virtù di una solidità compositiva, come si diceva, di primissimo ordine, che farà letteralmente uscire di testa i fan delle sonorità sopracitate. Il brano è feroce e implacabile, nella miglior tradizione del genere, ma anche estremamente dinamico, in virtù della propensione dei nostri a non adagiarsi sugli allori dell'ipercinetica, innervando il brano di svariati break e cambi di tempo in cui è la verve più atmosferica a prendere il sopravvento, donando al tutto un senso di compiutezza ai limiti della perfezione. Le prove maiuscole di tutti i musicisti e la riuscitissima produzione (ad opera di Raul Ortìz, mentre mixing e mastering sono ad opera di Matteo Labianca), ruvida al punto giusto ma anche definita e valorizzante, vanno a chiudere il cerchio di un lavoro che promette fuoco e fiamme (rigorosamente nere). A bissare queste prime sensazioni di luciferina esaltazione, ecco giungere la martellante e battagliera DECHRISTIANIZE ALL, leggermente meno brutale della precedente dal punto di vista della mera velocità e dalla struttura decisamente più lineare e immediata, ma non per questo meno intensa dal punto di vista tanto del mero impatto, quanto della penetratività emotiva, grazie alla sua aura da “inno di battaglia oscuro” che ricorda un po' alcune cose dei Setherial, ma anche degli Immortal più “Bathoriani” (quelli legati a “Under The Sign...”, non quelli debitori di “Hammerheart”). Una vibrante scelta di campo. Non c'è nemmeno un secondo per prendere il fiato, che subito si viene travolti dal blast beat furibondo di SATAN'S REIGN, pezzo di devastante brutalità ch vede i nostri coniugare l'impatto cinetico dei Marduk più feroci con la poetica notturna e malsana dei primi Dark Funeral e Dissection, salvo sorprendere l'ascoltatore con stacchi acustici di gran pregio (con la partecipazione dell'ospite Andrea Ferri) e gelidi riff di matrice norvegese (ancora Immortal, ma anche Taake, fra i riferimenti stilistici), il tutto splendidamente suggellato da parti declamate e da cori dai toni empiamente liturgici (da segnalare l'ospite Jonathan Pappolla ai cori) e da una struttura perennemente cangiante e avvincente che proiettano all'istante il brano fra gli highlight assoluti dell'album. Pezzone. L'atmosfera si fa più circolare e avvolgente all'inizio della successiva VAE VICTIS, ma un attimo, prima che l'indole assassina degli Azog prenda di nuovo il sopravvento con una bruciante accelerazione che inchioda nuovamente l'ascoltatore al muro. Ma la caratteristica che riesce a fare la differenza nella musica degli Azog, cioè la capacità di dare a ogni singola composizione una sua precisa identità e un suo preciso tratto distintivo, si manifesta ben presto, ed ecco quindi emergere dal devastante uragano dei blast beat arrembanti passaggi black/death degni dei primi Handful Of Hate e splendidi fraseggi dai toni cupamente epici degni dei migliori Keep Of Kalessin, a completare il quadro dell'ennesimo brano di pregevole fattura di questo album la cui scaletta davvero non prevede nemmeno l'ombra di un passaggio a vuoto. E, ad ulteriore riprova di quanto poc'anzi asserito, ecco giungere la travolgente THE DESCENDER LITANY, il cui incedere ricorda alla lontana quello “grosso” e debordante dei primissimi Ragnarok, salvo tornare ben presto in terra svedese grazie ad arpeggi Dissection e a splendidi riff che rimandano ai Marduk del periodo Those-Opus, il tutto ammantato dalla perenne atmosfera di magismo che permea la musica dei nostri, sempre abilissimi nel non rinnegare nulla delle loro radici stilistiche senza apparire mai, al contempo, una mera riproposizione di quanto portato alla ribalta dai pesi massimi del genere in passato. Il brano, ottimamente strutturato, si rifugia spesso in intensi mid tempo marchiati a fuoco dallo splendido riffing delle chitarre e da una sezione ritmica potentissima ma anche fantasiosa, che rifugge la fredda e meccanica ricerca della velocità esecutiva tanto in voga nel batterismo estremo attuale preferendogli un approccio più viscerale e sanguigno, col risultato di suonare sempre funzionale e perfettamente innervata alla musica che sottende. Ottime anche le vocals di Snarl (Black Faith), qui presente in veste di ospite. Dopo un brano (relativamente) meno brutale come quello appena analizzato, gli Azog decidono di spingere nuovamente sull'acceleratore col devastante attacco della successiva THE ERA OF DAMNED la quale, sebbene arricchita da passaggi meno furibondi e da pregevoli stacchi di chitarra acustica, non perde mai un'oncia della sua implacabile essenza luciferina, che risulta semmai esaltata dall'ormai consolidata capacità dei nostri di gestire con maestria la dinamica dei propri brani. Sulle medesime coordinate strutturali si muove anche la successiva CHAINS OF DOOM, autentico inno all'oscurita (impreziosita dalla voce dell'ospite D. degli Eyelids), nel quale i riff si fanno se possibile ancora più cupi e soffocanti, andando a tratteggiare probabilmente l'ambientazione sonora più fosca e mortifera dell'intero lavoro, con sprazzi di puro nichilismo che rimandano addirittura ai momenti più funesti dei Mayhem di “De Mysteriis ...”, mentre rimarchevole è il modo in cui le chitarre elettriche e quelle acustiche vanno a braccetto nella porzione centrale del brano, ciliegina sulla torta di una composizione davvero superba. Uno splendido riff dai sentori “primi Dark Funeral” ci accoglie alle porte dell'ultimo “vero” brano dell'album, la splendida NIHILISTIC DREAM il cui dipanarsi, arricchito dalla presenza dell'ospite XeS (Infernal Angels) alla voce, sembra andare a costituire un po' la summa stilistica degli Azog, fra partiture ferocissime, splendide aperture dai connotati più melodici e avvolgenti, ottime concatenazioni di riff, atmosfere dai connotati a volte più esoterici, a volte più apocalittici e penetranti partiture di chitarra acustica, il tutto perfettamente arrangiato in quello che può essere preso tranquillamente come specchio fedele dell'Azog-pensiero in quanto a espressione artistica. A chiudere il disco, una tenebrosa outro intitolata REQUIESCAT IN CHAOS (nuovamente composta, così come l'intro, da Marco Aquino), inquietante suggello a un lavoro che si staglia non solo fra i migliori dell'annata appena trascorsa, ma anche fra i migliori debutti di sempre della scena nostrana. Chiunque ami il black metal dalle radici profondamente affondate negli anni 90, ma al contempo pregno di personalità, identità e capacità di scrittura, troverà in questa opera prima degli Azog molto materiale di cui godere, scoprendo una nuova eccellenza da aggiungere al novero delle migliori band sulla scena, italiane e non. Una vera gemma. Da ascoltare e riascoltare ad libitum. Promossi senza ritegno.

90/100

Recensione a cura di edoardo Goi