Ghorot

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2/10/20222 min read

Recensione a cura di
DANIELE BLANDINO

La band doom metal Ghorot di Boise, Idaho (USA) ha pubblicato il suo album di debutto "Loss Of Light" il 23 luglio 2021, pubblicato in collaborazione con la finlandese Inverse Records e la Transylvanian Records di Oakland, California, in formato CD, cassetta e in edizione limitata anche come vinile 12".

GHOROT è un trio composto da Carson Russell (basso, voce), Brandon Walker (batteria, voce) e Chad Remains (chitarra, voce). Chad Remains può essere familiare ai doomers per il suo ruolo nella band Uzala del nord-ovest.

Discreto album di classic doom metal con brani molto cadenzati ed atmosferici come del resto anche l'artwork dal quale si capisce subito cosa aspettarsi dall'ascolto, "Loss Of Light" contiene 5 tracce e la durata complessiva e di 40 minuti e 38 secondi.

L’album si apre con “Harbinger”, sufficiente opening abbastanza veloce per lo stile doom che la band interpreta, la band amalgama il doon con il black e con altre influenze musicali, il loro stile è abbastanza personale ed il cambio di cantante è un espediente che il pubblico apprezza. La band riesce a far immedesimare il pubblico nell’atmosfera e nel percorso da loro imposto all’intero lavoro, gli strumenti sono ben amalgamati, i pochi momenti di pausa non lo rendono noioso e pesante nonostante la durata; si continua con “Charioteer of Fire”, brano in stile classic doom, con una durata di oltre undici minuti e con una sonorità cupa scandita da lugubri rintocchi portano l’ascoltatore in uno stato malinconico, l'ossessiva e cadenza induce nell immedesimarsi nel dolore e nella passione trasmessi dalle note della band; brano ben eseguito, anche la voce, che sembra provenire dall’oltretomba, è appropriata e contribuisce ad aumentare l’atmosfera.

Terza traccia “Woven Furnace”, brano breve e rilassante, proprio ciò che si richiede dopo una canzone dopo la precedente, musicalmente c’è poco da dire è molto vicino a una canzone black con accenni di doom anche se quest’ultimo è messo in secondo piano.

Quarta traccia “Dead Gods”, brano di preparazione per arrivare al gran finale, ci sono di nuovo tutte le atmosfere che la band ha generato all’inizio, il pubblico, rigenerato dal brano precedente, viene catapultato nuovamente nell’ambiente depressivo e malinconico la bravura della band è di tenere il pubblico concertato, ed evitare un fisiologico rilassamento. L’album si chiude con “In Endless Grief”, un bel monolito di oltre 12 minuti da affrontare, il doom con i suoi ritmi pachidermici si sente tutto.

Musicalmente è un molto vario, il brano passa da ritmi gravi e lenti a note veloci e quasi ritmate dimostrando una notevole capacità di espressione e padronanza della musica.

Probabilmente, se vogliamo cercare il “pelo nell’uovo”, la scelta di inserire questo brano come ultima traccia mi sembra un po’ azzardata, l’ascoltatore arriva alla fine letteralmente “spompato”, …o forse è proprio questo ciò che la band si era prefissato fin dall’inizio! Comunque l’intero lavoro merita di essere ascoltato dall’inizio alla fine.

Registrazione magistrale non c’è molta pulizia dei suoni e il dolore che si sente nei brani e percettibile.

Lo consiglio a tutti gli amanti del genere Doom ed anche a chi ha poca esperienza con il genere non lo consiglio ai neofiti perché è un album molto complesso.

VOTO: 78/10