Malauriu

Recensione a cura di Edoardo Goi

REVIEWS INSANE VOICES LABIRYNTH

magazinerockersandotheranimals

4/2/20223 min read

Si tratta senza dubbio di un album destinato a far discutere, nonché a spiazzare i propri fan, questo nuovo album dei siciliani MALAURIU. Composto fra il 2017 e il 2022, questo nuovo lavoro, intitolato semplicemente MALAURIU, segna infatti un tratto di demarcazione decisamente netto e radicale col percorso musicale portato avanti fino ad ora dal progetto come sempre guidato da Schizoid (qui nuovamente affiancato da Felis Catus alle tastiere, samples e chi più ne ha più ne metta, e dall'ospite Nequam degli esoterici The Magik Way alla voce e ai testi), sebbene alcune sperimentazioni, in tal senso, si fossero già udite qua e là nella discografia dei nostri (mai però portate a un simile livello di radicalizzazione). Quello che abbiamo fra le mani, infatti, è un album dominato in lungo e in largo da elettronica oscura e straniante, condensata in quattro lunghe composizioni fumose e atmosferiche in cui gli unici elementi ritmici sono costituiti da samples e percussioni (queste ultime spesso richiamanti toni ritualistici sospesi tra ambient e neo-folk) e i classici strumenti “rock” sono usati con parsimonia e mai assumono connotati ne rock ne, tanto meno, estremi. Niente black metal qui dentro, quindi: avevamo lasciato i Malauriu nel recente split con Abigail e Malvento a cimentarsi con la loro versione più grezza e furibonda e li ritroviamo su questo nuovo, spiazzante, album immersi in una tavolozza di spunti sonori che vanno dai Dead Can Dance, ai Portished, alla psichedelia pura, il tutto comunque sempre ammantato dalla cappa funerea che da sempre caratterizza la loro proposta (splendidamente sottolineato dal bellissimo lavoro grafico ad opera di Azmeroth Szandor). L'opera, infatti, si rivela essere un concept sulla divinazione, la pratica dell'evocazione dei defunti attraverso lo specchio, descrivendo con grande pertinenza il percorso esoterico che alla pratica sottende grazie allo splendido lavoro di Nequam sulle liriche (come ci ha già abbondantemente abituato in seno alla sua band madre), all'evocativa espressività del medesimo nell'interpretazione delle stesse, e a un lavoro di scrittura musicale che, una volta messo da parte lo spiazzamento, si rivela efficace, credibile e riuscito sotto ogni punto di vista. Risulta quasi inutile analizzare nel dettaglio le quattro lunghe composizioni che vanno a formare questo lavoro, talmente è marcato il senso di flusso continuo che i vari brani hanno nel tratteggiarne il percorso musicale, spirituale e concettuale, ma vale comunque la pena soffermarsi sui toni sacrali (intesi come rapporto “popolare” dell'individuo al cospetto della sacralità del trapasso e ai misteri dell'esistenza post-mortem, come splendidamente evidenziato dalla cantilena posta in apertura al brano,sebbene non manchino alcuni momenti più aulici, sottolineati da evocative salmodie), ritualistici e iniziatici di MORTO ERA L'ORO, in cui l'inizio del viaggio è accompagnato da atmosfere dilatate dai toni a tratti più cupi, a tratti più psichedelici, nonché da un curato lavoro di percussioni e sample, mentre la successiva CORPO-TEMPIO rivela connotati decisamente meno sospesi e più terreni, con chitarra e basso a tratteggiare fraseggi richiamanti un certo mood dark/doom sulle onnipresenti architetture di tastiere, elettronica e sample che costituiscono l'ossatura portante dell'album, il tutto reso spettrale da raggelanti recitazioni dai connotati fortemente popolari che vanno a chiudere il cerchio di un brano quantomai evocativo, dove il timore dell'Uomo al cospetto dell' Aldilà si fa quantomai tangibile, ma dove al contempo si demarca in modo netto il rispetto e la necessità di conoscenza indispensabili per approcciarne i misteri. La successiva SPECULA si dipana come una straniante litania funebre infra-dimensionale dai connotati fortemente psych, non scevra da alcuni rimandi al krautrock più esoterico, fra momenti dilatatissimi e sospesi e altri più vibranti intarsiati da fraseggi di quello che potremmo definire una sorta di “prog/folk siderale”, mentre L'ORO S'E' FATTO conclude il viaggio fra elettronica dai connotati acidi e insinuanti, fraseggi dai rimandi Pinkfloydiani, oscuri drappeggi di tastiera e un gioco di vuoti e pieni, di presenze e assenze, di concretezza e aleatorietà, che sembrano costruire e decostruire la trama del brano sotto gli occhi (e le orecchie) del viaggiatore, rendendo in modo assolutamente superbo il senso di ricerca, stupore e scoperta sotteso dal dipanarsi tanto della composizione, quanto delle sue liriche. Si conclude così un album per certi versi scioccante (per molti aspetti più vicino a quanto proposto da Felis Catus e Nequam nei rispettivi progetti che a quanto proposto dai Malauriu fino a questo punto della loro carriera artistica), ma al contempo straordinariamente affascinante e quantomai riuscito, che senza dubbio scontenterà chi da questo progetto si aspetta solo black metal ferale ma che costituisce, in estrema sintesi, una sfida vinta su tutti i fronti, grazie a un approccio alla composizione ispirato, competente e ricercato. Da ascoltare assolutamente, con mente aperta e lasciandosi il giusto tempo per interiorizzare il tutto.

90/100

Recensione a cura di Edoardo Goi