Velch

Recensione a cura di Edoardo Goi

REVIEWS INSANE VOICES LABIRYNTH

magazinerockersandotheranimals

4/19/2022 5 min read

In tempi in cui le fondamenta stessa della società, per come l'abbiamo conosciuta dal secondo dopoguerra, sembrano scricchiolare, svuotate dei valori che fino a poco fa sembravano inscalfibili, un album come questo INTER SIDERA VERSOS, debutto sulla lunga distanza dei blacksters nostrani VELCH, con il suo concept ferocemente antagonista a concetti quali postmodernismo, transumanesimo e, più in generale, al modo in cui la società tutta si è sviluppata nel corso dei decenni a noi più prossimi, appare una colonna sonora quantomai azzeccata. Orgogliosa progenie dello spirito nichilisticamente antagonista del black metal anni 90, la proposta dei nostri non si limita però alla mera celebrazione anacronistica di quell'epoca per molti versi irripetibile e di quel sound così peculiare, attingendo si a piene mani al ricco humus lasciato in dote da quell'epopea leggendaria, ma aggiungendo al contempo molta carne fresca al fuoco, grazie a una evidente conoscenza approfondita e ad ampio spettro della materia trattata da parte dei componenti del progetto. Ma andiamo con ordine. Fondati nel 2020 a Roma dalla comunione di intenti di S. (chitarra e voce, già con Doomraiser, Deviate Damaen e Nerodia) e Iblis (basso e voce, già con Funeral Oration, Iblis e Orgg), i nostri vengono presto raggiunti dal secondo chitarrista Zeyros (anch'esso in forza agli Iblis, ma anche Zeyros Cults e Rohesfleisch), mentre per quanto riguarda la batteria, per quanto riguarda questa opera prima, i nostri si avvalgono della prestigiosa collaborazione dell'ospite David Folchitto (Stormlord, Fleshgod Apocalypse, Scuorn e chi più ne ha più ne metta), giungendo finalmente, alla fine di ottobre del 2021. a pubblicare questo full dai molteplici spunti di interesse e iscrivendo di diritto il proprio nome al novero delle realtà più interessanti presenti sulla scena (italiana e non). Registrato presso i Velch Studios e mixato e masterizzato da Zeyros (mentre la batteria è stata registrata presso i Kick Recording Studios da Marco Mastrobuono), e arricchito dal tenebroso artwork firmato Vergvoktre (mentre il logo è una creazione di Sharon Disgrace), l'album si apre con la netta dichiarazione di intenti di NIHILISTIC MESSIAH, ideale compendio di black metal furente dal sostrato fortemente anni 90 (Taake, Urgheal e Enthroned su tutti, ma si colgono frammenti stilistici anche di altri grandi classici, come Burzum e Darkthrone) sul quale i Velch innestano con grande perizia pennellate meno ortodosse, fra disturbanti sample, stridori dai connotati quasi industrial (fanno capolino, in questo senso, influenze di Mysticum e Dodheimsgard, ma anche Nachtmysticum, per i toni quasi acidi di alcune soluzioni) e quasi inaspettate aperture melodiche circolari e deviate che rimandano alle sperimentazioni di formazioni avanguardistiche come Tartaros, Ved Buens Ende e Fleurety (come accade sullo splendido finale del brano), il tutto senza però perdere mai di vista la ferocia di fondo che fa da collante agli ingredienti messi sul piatto. Una sapiente gestione del comparto atmosferico fa da ciliegina sulla torta per una composizione centratissima, che non può che generare curiosità e alte aspettative per il prosieguo dell'opera. La malinconia di fondo che ammanta il penetrante tremolo picking di ASCENSION OF THE PSYGOD tratteggia paesaggi nebbiosi e arcani, fondendo alla perfezione suggestioni vicine al black metal melodico di band quali i primi Mork Gryining, Dark Fortress e primissimi Keep Of Kalessin e inquietudini post-moderne sottolineate da clangori rugginosi, il tutto accompagnato da una sezione ritmica implacabile e torrenziale, a confezionare un brano dall'impatto indiscutibile, ma capace anche di colpire la mente, grazie a una onnipresente tensione di fondo che sembra fare da trait d'union fra tutti i brani dell'album (cosa che verrà confermata e rafforzata dall'ascolto dei pezzi successivi). Risulta infatti innegabile come questa tensione, questa sensazione di perenne disillusione caliginosa, sembri gravare su tutto l'album, infettando l'ascoltatore in modo sottile e subdolo mentre il suo immaginario viene destabilizzato dalle scudisciate implacabilmente black portate dai nostri, esattamente come accade anche nella successiva RENEWAL DOGMA CONSTELLATION , brano dall'incedere stordente, impattante e avvolgente allo stesso tempo, la cui profonda ricerca atmosferica non può non rimandare alla magistrale scena francese e al lavoro di acts quali Belenos e Osculum Infame (i primi). Il riffing calibratissimo e curatissimo delle chitarre, la pertinentissima prova vocale e l'incedere incessante della sezione ritmica: tutto concorre alla creazione di un brano monumentale, dalle cui spire risulta davvero difficile sfuggire. La successiva SPIRITUAL NECROPSY sembra voler idealmente proseguir l'opera della composizione che l'ha preceduta, continuando a spingere l'ascoltatore sempre più a fondo, in un baratro di cupa introspezione in cui fronteggiare senza difesa alcuna la pochezza spirituale in cui l'Uomo moderno pare irrimediabilmente sprofondato. Un brano dalla potenza immaginifica straordinaria, reso ancora più interessante da un finale quasi destabilizzante in cui thrash/black, atmospheric e suggestioni avantgarde concorrono ad aggiungere pennellate di profonda inquietudine ad un quadro già di per se oltremodo tetro. Lo spettro straniante dei Thorns sembra materializzarsi all'inizio della travolgente DROWNING, grazie al suo riffing sbilenco e straniante, cui fanno da contraltare, successivamente, soluzioni più in linea col classico black metal scandinavo tipicamente anni 90, per un brano breve, conciso e di grande impatto, inserito al punto giusto della tracklist, dopo due brani dalla consistenza più vischiosa e soffocante. Di grande impatto, anche se assestato su connotazioni più oscuramente epiche, si rivela anche il successivo brano, intitolato 1750 e arricchito dalla presenza dell'ospite Serena “Moerke” Mastracco (Opera IX) alla voce. La conclamata capacità dei Velch di costruire brani capaci di colpire fin da subito a fondo l'immaginario dell'ascoltatore, nonché la capacità di proporre arrangiamenti sempre estremamente efficaci, specchio di una scrittura già matura (e non potrebbe essere altrimenti, vista l'esperienza dei nomi coinvolti) e personale, contribuiscono alla stesura di un brano riuscitissimo in perenne, perfetto, equilibrio tra atmosfera e impatto (si colgono, in questo senso, rimandi ai Marduk del periodo Those Of The Unlight-Opus Nocturne). Per concludere nel migliore dei modi l'album i Velch si affidano all'italico idioma chiamato a sottolineare le liriche di EROICO FURORE, brano che non tradisce in alcun modo le aspettative generate dal suo titolo, rivelandosi un'intensa esperienza epic black costruita su intensi e avvolgenti riff e melodie di chitarra e trascinanti ritmiche mid tempo (inframezzate da calibrati momenti più incalzanti). L'uso dell'italiano non fa che aumentare il gradiente di epicità della proposta, portando il tutto a un livello di nichilismo e penetratività superiore, suggellando così un brano e un album centratissimi, figli di un progetto dalle idee chiarissime e dotato di tutti i mezzi necessari per plasmarle in arte concreta e “tangibile”. Un lavoro profondo, radicale e incompromesso che non potrà non trovare estimatori fra gli ascoltatori alla ricerca di black metal dalle radici profondamente innervate nella storia del genere, ma capace di proporne una visione individualista e personale, esattamente come dovrebbe essere sempre, quando si parla di black metal. E' proprio grazie a band e lavori come questo che il black metal, nella sua accezione più pura e lontana dal mainstream, non morirà mai (checchè ne dicano le innumerevoli cassandre che appestano la scena). Da supportare con vigore.

Recensione a cura di Edoardo Goi

85/100