Visionoir

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2/15/20227 min read

Visionoir_The second coming

Recensione a cura di Edoardo Goi

Anche per gli ascoltatori meno attenti è innegabile come, negli ultimi anni, la scena progressive metal abbia ripreso una vitalità che, a un certo punto, sembrava irrimediabilmente compromessa a causa della difficoltà manifesta delle band ad essa appartenenti di distaccarsi dai modelli imposti ormai molti anni or sono dai numi tutelari del genere. Lo spettro stilistico dei vari Dream Theater, Symphony X e Pain Of Salvation (nonostante questi ultimi siano stati i primi a riuscire a proporre un modello stilistico autenticamente alternativo di largo successo commerciale, riuscendo dove act di grande livello come ad esempio i mai troppo lodati Fates Warning avevano fallito, restando sempre relegati a un circuito “minore”) sembrava ingabbiare l'intero genere in un circolo vizioso senza fine, specchio di un filone aureo che sembrava, dopo lunghi anni gloriosi, irrimediabilmente esaurito. Ma, come ben sappiamo, il progressive, soprattutto come condizione mentale, è duro a morire: nella sua incarnazione legata al progressive rock, sembrava essere precipitato nell'oblio con l'arrivo del punk a fine anni 70 e con la prepotente esplosione del metal e della dark wave degli anni 80, salvo poi riesplodere in piena era grunge grazie al successo inaspettato e planetario della band di Petrucci e Portnoy, proprio mescolandosi a quei suoni duri e rabbiosi che sembravano aver posto su di esso la definitiva pietra tombale; e anche ora, dopo anni e anni di stagnazione evolutiva, nutrendosi delle stesse intuizioni stilistiche che sembravano averlo estromesso dal novero dei generi vitali, il progressive è rinato dalle sue stesse ceneri: djent, alternative, musica elettronica, avantgarde estremo e non, post-hardcore e post rock, tutto ha contribuito a dare nuova linfa al genere, donandogli un bacino di soluzioni e sonorità mai così ampio, foriero di una longevità senza dubbio mai così promettente. Aiutate dal successo su larga scala di band innovative quali Porcupine Tree e Animals As Leaders, entrambi alfieri di un modo nuovo e fresco di intendere il genere, gli uni con le loro malinconiche quanto robuste partiture in bilico fra prog-rock, metal, elettronica e alternative rock, e gli altri con il loro approccio prettamente strumentale che va dal djent alla fusion, ecco quindi sorgere una nuova generazione di band dall'approccio a volte similare, altre quasi antitetico (Haken, Leprous, Tesseract, Riverside, Agent Fresco, Bring Me The Horizon, Vildhjarta, Protest The Hero, Periphery, tanto per fare alcuni nomi), capaci di formare un nuovo zoccolo duro in grado di dare nuovamente peso e possanza all'intera scena. Ed è qui che entrano in gioco i qui presenti VISIONOIR, one man band friulana guidata da Alessandro Sicur meritevole di essere iscritta a pieno titolo fra le fila degli esponenti di questa nuova corrente di pensiero del progressive metal moderno. Sebbene la data di fondazione reciti “1998”, e il primo ep “Through The Inner Gate” sia stato pubblicato nel medesimo anno, il nostro ha dovuto attendere il 2017 per pubblicare il primo full lenght della sua creatura (l'ottimamente accolto “The Waving Flame Of Oblivion”), mettendo in mostra un approccio decisamente libero alla composizione, non priva di elementi darkwave e gothic, nonché una notevole ricerca lirica, suggellata da azzeccati samples vocali tratti da poemi di autori quali Ezra Pound e Dylan Thomas. Per fortuna, i Visionoir non ci hanno fatto attendere altri vent'anni per poter ascoltare il seguito del promettente debutto. Ecco quindi che il 2021 ci porta in dote il come back di questo interessante progetto, sempre col mastermind Alessandro saldamente al timone e arricchito dalla presenza dei due ospiti vocali Fabio Vogrig (Handful Of Dust, Noioc, End Of Eternity) e Alessandro Serravalle (veterano della scena prog nostrana fin dagli anni 90 in seno ai Garden Wall). Introdotto dalla splendida copertina ad opera di Eddy Talpo, il secondo full dei Visionoir, intitolato THE SECOND COMING, ci spalanca le sue porte sulle note della siderale quanto avvolgente LOST IN A MAZE, brano già noto in quanto scelto come primo singolo apripista dell'album. Colpisce subito il notevole lavoro di tastiere e synth, curatissimo quanto efficace tanto nel fraseggio quanto nella scelta dei suoni, mentre linee vocali che alternano parti pulite e altre più estreme, quasi sempre armonizzate (sembra di cogliere più di un'influenza dell'avantgarde scandinavo, nel modo in cui questo aspetto viene curato, con rimandi agli ultimi Borknagar e Vintersorg, ma anche Arcturus, Manes, Ved Buens Ende e Pyogenesis, anche se questi ultimi sono tedeschi), sembrano voler prendere per mano l'ascoltatore per guidarlo in quello che appare fin da subito come un viaggio sonoro dai connotati quantomai profondi.
La sezione ritmica, molto solida e che nulla concede a svolazzi fuori luogo, si assesta su un prog metal molto elegante, con qualche vago accenno djent e anche qualche momento più vicino alla musica estrema, ma sempre senza mai tradire la natura intima e introspettiva della proposta, mentre le chitarre si ritagliano il giusto spazio, preferendo un approccio robusto e incisivo all'inutile dispendio di ghirigori che tanto ha nuociuto alla scena nel periodo di massima stagnazione della stessa.
Il risultato è un prog metal decisamente introspettivo e stratificato, che potrebbe essere descritto come un possibile punto di incontro fra Porcupine Tree, fates Warning, Riverside e Ozric Tentacles (la componente “space” dai contorni decisamente 70's ha un peso notevole, e contribuisce a dare al tutto una connotazione atemporale decisamente intrigante ), con alcuni momenti più estremi che a chi scrive hanno ricordato un po' i nostrani Ephel Duath, sebbene i Visionoir manchino della componente jazz/fusion che connotava gli storici avantgarde metallers patavini, oltre ad alcuni momenti dei più attuali Haken e Tesseract. La struttura, pur fortemente progressiva, risulta anche estremamente fluida e coerente, garantendo un'esperienza di ascolto appagante fin dai primi approcci all'album, impreziosita da fraseggi strumentali di gran pregio e da una sensazione generale di assoluto controllo nei confronti della composizione che non fanno che suggellare l'assoluta riuscita di questa ottima opener.
Le cose si fanno più complesse e spigolose nella potente e stralunata THE SNOOPING SHADOW, brano notevolmente più impegnativo per quanto riguarda la componente meramente prog che, fra partiture vicine a un certo djent e rimandi alla tagliente follia dei migliori Atrox, sempre immerso nella nebulosa siderale che sembra fare da trait d'union all'intero dipanarsi dell'album, colpisce duro l'immaginario dell'ascoltatore, evocando visioni cupe e deviate attraverso un dipanarsi serrato e opprimente in cui non mancano, comunque, sparute aperture più ariose di grande impatto emotivo. Ad aumentare ulteriormente il gradiente di pesantezza e oppressione dell'album ci pensa la successiva THE VULTUR EYE, la quale, tra tastiere dai connotati tanto siderali quanto trascendenti, cadenze doom tanto nel riffing quanto nel tappeto ritmico e voci teatrali che rimandano in parte agli Arcturus del periodo La Masquerade Infernale/ The Sham Mirrors, sembra voler trascinare l'ascoltatore in un gorgo tanto buio quanto affascinante.
La prestazione vocale del buon Alessandro Serravalle merita un encomio, così come gli schizzati interventi di tastiera chiamati a screziare di tanto in tanto il monolitico costrutto del brano, le cui ambientazioni sonore ai limiti dell'EBM donano una connotazione algida e implacabile assolutamente perfetta tanto in termini di intensità quanto in termini di penetratività emotiva. Lo spettro degli Ephel Duath, ma anche di certi Meshuggah, fa nuovamente capolino nella successiva BREATHLESS, brano dalla durata e dallo sviluppo decisamente meno probanti rispetto ai tre pezzi precedenti, ma non per questo meno avvincente.
A un inizio di brano ritmicamente molto intenso, non lontano da un certo djent, fa seguito una seconda parte più vicina al progressive metal più tradizionale, arricchito in modo sostanziale dall'onnipresente lavoro delle tastiere, che qui si lasciano anche andare a sparute svisate drone dai connotati cibernetici molto azzeccate.
Splendide le chitarre liquide e infradimensionali chiamate a suggellare l'ultima parte di un brano allo stesso tempo compatto e cangiante, graziato da un arrangiamento azzeccatissimo e quanto mai funzionale.
Dopo un quartetto di brani così intenso, la splendida strumentale HORROR VACUI, con le sue tastiere dai connotati smaccatamente anni 70 (spettri dei Procol Harum, Gong, Ozric Tentacles e Camel si aggirano per queste partitute prog rock/metal) e gli splendidi interventi di sax dell'ospite Clarissa Durizzotto (qui i riferimenti più immediati, soprattutto per il contrasto creato, non possono non essere gli Shining di Jorgen Munkeby e i Solefald di Lazare e Cornelius), è un vero toccasana, prima che l'intensa THEY SPEAK BY SILENCES (secondo singolo scelto per il disco), giunga a colpire a fondo l'animo dell'ascoltatore coi suoi fraseggi vicini al gothic metal più raffinato di certi My Dying Bride, il suo pianoforte decadente e i suoi sample vocali evocativi (in questo caso, una registrazione di archivio di “The Hound Of Heaven” di Francis Thompson), per un risultato finale splendidamente drammatico, sublimato in un crescendo di grande impatto emotivo.
La voce di Alessandro Serravalle torna a prendersi il proscenio nella declamata, teatrale e tragica NO MORE (composizione appartenente al repertorio originale dei Garden Wall), brano dall'andamento lento e drammatico, sebbene non privo di alcuni momenti più dinamici, in cui l'anima più avanguardistica dei Visionoir ha modo di esprimersi in modo libero grazie ai numerosi stacchi chiamati ad innervare e rendere più spigoloso e ostile il brano, con risultati assolutamente congrui.
Si tratta dell'ultimo brano effettivamente cantato dell'album , in quanto le successive tre composizioni (la più rocciosa e progressiva BORN LIKE THIS, la più frizzante ma bislacca dal punto di vista tastieristico SILENT SEA, con i suoi fraseggi dal sapore a tratti etnico, e l'interamente elettronica, conclusiva, title track THE SECOND COMING, nella quale fa nuovamente capolino lo splendido sax di Clarissa Durizzotto) vedono le linee vocali sostituite da altrettanti sample recitati (rispettivamente: “Dinosauria, We” di Charles Bukowski, “The Rime Of The Ancient Mariner” di Samuel T. Coleridge e “The Second Coming” di Willam Butler Yeats) a formare un trittico finale senza dubbio piuttosto impegnativo, ma anche decisamente affascinante.
Si conclude così un album senza dubbio rivolto a un pubblico assai poco generalista, soprattutto nella sua seconda parte, ma gli amanti del progressive metal meno stereotipato e dell'avanguardia in musica potranno trovare di che godere abbondantemente, lungo le dieci tracce che compongono questo platter ispirato e decisamente ben concepito e realizzato da un progetto che sembra aver trovato col duro lavoro una sua precisa personalità all'interno di una scena quantomai selettiva.

Promossi senza alcuna riserva.

85/100