Voidfallen

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2/18/20223 min read

Recensione a cura di
Daniele Blandino

Voidfallen è iniziato come un progetto a due di Tommi e Henri, l'obiettivo della band era quello di imparare dagli errori precedenti e creare arte senza compromessi. Nel 2019 la band ha pubblicato il suo EP di debutto intitolato "The Sinners, the Plague and the Voidfallen" dopo di che gli spettacoli dal vivo sono iniziati dopo aver riempito i ruoli mancanti con musicisti di talento. All'inizio del 2020 hanno sottoscritto un contratto di prenotazione pluriennale con Heavy Metal Heart Agency e hanno iniziato a comporre l'album "The Atlas of Spiritual Apocalyps" che riassume abilmente l'esistenza della band.
Insufficiente album di melodic death metal moderno, molto lineare senza troppe novità il loro è un sound abbastanza piatto, l’artwork non trasmette nessuna emozione particolare ed è alquanto anonimo.
Voidfallen sono: Tommi Kangaskortet – voce, Henri Vuorenmaa – chitarra, Aleksi Tossavainen – chitarra, Lauri Myllylä – basso, Mika Lumijärvi – batteria.
L’album è composto da 9 tracce e la durata è di 41 minuti e 5 secondi.
Iniziamo l’analisi dalla traccia di apertura che porta lo stesso titolo dell’album: “The Atlas of Spiritual Apocalypse”, un intro di un minuto e 11 secondi senza mordente, non trasmette nessuna emozione e non coinvolge il pubblico, come inizio lascia molto a desiderare….
Si continua con “Remnants of the Heart”: brano poco coinvolgente e poco ispirato, pieno di riff già sentiti in altre band, senza personalità e le emozioni che vorrebbero trasmettere latitano. Qualitativamente non suonerebbero male, purtroppo manca loro la personalità che ci si aspetterebbe da un gruppo alquanto competente, ma l’utilizzo di arrangiamenti scopiazzati (forse anche in modo approssimativo) lo rendono di pessimo gusto, anche la velocità di esecuzione non giova a migliorare il lavoro, anzi, lo peggiora. Terza traccia “The Hollows”: brano sulla falsariga del precedente, senza personalità e senza emozioni, anche l’interpretazione growl del cantante non è delle migliori ed indubbiamente non gode dei migliori auspici e di questo ne risente l’intero lavoro. Si continua con il quarto brano: “The Daughters”, traccia inascoltabile, banale fino all’inverosimile, le emozioni che vorrebbero trasmettere continuano a latitare; la band si e infilata in territori poco consoni al genere, anche la ricerca di melodie commercial non fa altro che accrescere il disagio del pubblico a tal punto da rendersi banali e quasi ridicoli. i chi ascolta rimane nauseato dalla sdolcinatezza che trasmette e la banalità del sound e veramente fuori da ogni limite, cercano di essere molto commerciali ma facendo così si rendono ridicoli. Quinta traccia “From Souls to Embers”: brano dolce e senza senso, senza personalità, con il voler piacere ad ogni costo e cercare con sound copiati ed interpretati in maniera pessima non fa altro che accrescere il disagio. Comincia a farsi strada la voglia di spegnere tutto ed interrompere l'ascolto ma proseguiamo con la sesta traccia “From Embers to Fall”: brano leggermente migliore dei precedenti, ma comunque notevolmente insufficiente, un piccolo accenno di personalità lo elevano leggermente dal baratro in cui i componenti del gruppo erano sprofondati, tutto ciò è di poca durata, col passare dei secondi si sente proprio che scivolano nuovamente nella banalità; un piccolo lato positivo lo si può trovare nella voce “pulita” che non contrasta con le note sdolcinate del brano. Settima traccia “Sui Generis”: brano veloce, senza mordente né personalità, sembra una cacofonia di note messe a caso su uno spartito, la grinta ce la mettono, ma non basta. Ottava traccia “The Slaves of the Echo Chambers”: brano decente, troppo poco per risollevare le sorti dell’intero lavoro, per lo meno esiste un senso logico nell’esecuzione, inoltre le tastiere, per la prima volta dall’inizio della composizione, sembrano che abbiano trovato i giusti accordi ed una buona grinta; il variare della voce tra growl e pulita è ben amalgamata, come scritto in precedenza, tecnicamente sarebbero su un livello notevolmente superiore, purtroppo la ricerca spasmodica del “piacere tutti i costi e a tutti” non ripaga, ciò che manca è la personalità e la ricerca di novità sonore, anche a costo di interessare un pubblico di nicchia. L’album si chiude con “Seen Through Ice”: dopo un brano decisamente di buon livello purtroppo con questa traccia si rientra sfortunatamente in territori commerciali e senza passione, la band non riesce a replicare la bellezza del brano precedente ricascano nel banale e del “già sentito”, si ritorna agli stereotipi precedenti, senza mordente ed ancor meno personalità. L’inizio del loro percorso musicale non gode dei migliori auspici, diciamo che sono partiti “col piede sbagliato” in cui in un album di nove tracce con un solo brano veramente di buon livello mi sembra poco. Ripeto, le qualità tecniche ci sarebbero, ma sono sfruttate nel peggiore dei modi, non si deve pensare solo che DEVE piacere a tutti; la speranza che, se decidono di proseguire nel loro cammino artistico prendano questo lavoro come esempio di come non si deve affrontare un buon percorso musicale. Comunque auguri per i prossimi lavori.

35/100