Iron Maiden

Recensione a cura di Edoardo Goi

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3/17/202210 min read

Quante se ne sono dette, e quante ancora se ne diranno, su questo nuovo album della Vergine Di Ferro. Piaccia o non piaccia (anzi, forse proprio perchè ci saranno molte persone a cui non piacerà, spesso a prescindere), la pubblicazione di un nuovo album degli IRON MAIDEN é giocoforza accompagnato (nonché preceduto) da fiumi e fiumi di parole, commenti, appunti e interpretazioni ad un livello riservato solo ed esclusivamente a pochi e selezionatissimi colossi della scena musicale (nel metal, a voler fare dei nomi, solo i Metallica, i Priest e pochissimi altri sono capaci di scatenare un simile scannatoio pubblico, con le loro mosse). Un giochetto cui Steve Harris e soci sono abituati da lungo tempo, se è vero come è vero che, col presente SENJUTSU, gli albionici sono giunti alla ragguardevole quota di diciassette album in studio nel corso di quarantuno anni (tanto è passato dalla pubblicazione del debutto omonimo) vissuti quasi costantemente sotto le luci dei riflettori, se non addirittura investiti del ruolo di capofila assoluti di un certo modo di intendere il genere.

Ne hanno mangiato, i nostri, di pane e polemiche, sia dall'esterno (come nel caso delle celebri accuse di satanismo ai tempi di The Number Of The Beast) che dall'interno (l'ostracismo di una parte dei fan dopo gli abbandoni di Di Anno, Smith e Dickinson, le accuse di commercializzazione ai tempi di Somewhere In Time e Seventh Son Of A Seventh Son, la scelta di Blaze Bayley come sostitutito di Dickinson e ancor prima quella di Gers al posto dell'altrettanto amato Smith, nonché le scelte di produzione e composizione riguardanti l'intero periodo post- Fear Of The Dark, reunion compresa), per non sapere fin da subito che continuare nel solco tracciato fin da Brave New World, ma esasperato nelle prove in studio più recenti, di riempire la tracklist del nuovo album di brani dal minutaggio importante (in questo caso, quattro brani che vanno dai nove minuti ai tredici, e solo un paio di episodi inferiori ai cinque) pubblicati nuovamente sotto forma di album doppio (come già successo nel precedente The Book Of Souls) e di affiancare alla produzione il confermatissimo Kevin “The Caveman” Shirley avrebbe comportato una notevole quantità di critiche da parte di una nutrita rappresentanza del pubblico ancora prima che una singola nota del nuovo platter fosse uscita dallo studio di registrazione. E così è stato. Gli Iron Maiden lo sanno. Steve Harris lo sa. Ma se ne sbattono allegramente le balle, tirando dritti per la loro strada ed esasperando i toni, quasi a voler ridere sprezzantemente in faccia a chi pensa di sapere come gli Iron Maiden dovrebbero suonare meglio degli Iron Maiden stessi. Questo nuovo album è niente di più e niente di meno che una dichiarazione di intenti, tanto per i critici quanto per i fan che maggiormente si trovano a loro agio col corso della band dalla reunion con Dickinson e Smith in poi: sebbene più snello rispetto al suo già citato predecessore (la durata, che è di 82 minuti, è inferiore di una decina di minuti, a confronto), l'album rivela infatti un'indole ancora più votata alle costruzioni progressive e teatrali, mentre inalterato si palesa l'approccio al sound, naturale evoluzione di quanto ricercato dalla band fin dai tempi del controverso “The X Factor”; un sound crudo, ferocemente “live”, poco rifinito e pompato che, se da un lato ha generato alcuni prodotti decisamente poco riusciti (chi ha detto Virtual XI ?), ha comunque avuto il pregio (per chi scrive) di donare negli anni (e con i dovuti accorgimenti) un sound tutto loro ai nostri, soprattutto in tempi in cui abbiamo assistito (e pure contribuito, in qualità di acquirenti) a una standardizzazione delle produzioni su coordinate bombastiche e plasticose francamente ammorbanti e di rara piattezza.

Qui non solo questo pericolo è, per i motivi poc'anzi espressi, scongiurato, ma si arriva probabilmente alla sublimazione di tale percorso, grazie a quella che è forse la migliore produzione targata Iron Maiden dai tempi di Fear Of The Dark.

Ma andiamo con ordine. Registrato ben due anni fa, nel 2019, presso i Guillaume Tell Studios di Parigi nel corso di una pausa del Legacy Of The Beast Tour, e rinviato al 2021 causa Covid, l'album si apre in modo insolito (benchè non del tutto inaspettato, viste alcune scelte simili ascoltate già in altri lavori del passato recente dei Maiden) con l'oscura e rocciosa title track SENJUTSU (termine giapponese che si può tradurre come “Tattica e Strategia”).

Introdotta da profondi rintocchi di tamburi, la composizione (firmata Smith/Harris) dispiega la sua indole battagliera dipanandosi su un drumming circolare ed estremamente percussivo e riff di chitarra quadrati e oscuri, dai vaghi rimandi sabbathiani, su cui le vocals epiche declamate da un Bruce Dickinson che appare fin da subito in grande spolvero hanno gioco facile a tratteggiare gli scenari drammatici che il brano intende evocare.

La struttura piuttosto semplice e il calibratissimo uso delle melodie rendono immediata l'empatia fra band e ascoltatore, palesando fin da subito l'intento immaginifico che farà da trait d'union fra tutti i brani dell'album, risultandone, a conti fatti, l'autentico punto di forza nonché valore aggiunto.

E' infatti evidente fin da subito (e non certo da questo album, anche se mai come in questo caso tali intenzioni hanno dato vita a una continuità emozionale di livello assoluto) come la band veda ogni singolo brano come un piccolo racconto, un microcosmo da cesellare nei dettagli fino a svelarne l'anima intrinseca permettendo così all'ascoltatore di calarvisi completamente ricevendone in cambio un'esperienza appagante e a tutto tondo, senza limitarsi mai al “compitino” o alla composizione di brani “di maniera”.

La conferma a questa sensazione si palesa veppiù quando la band si lascia andare a composizioni più “classicamente Maiden” e trascinanti come la successiva STRATEGO.

Il brano, infatti, seppur impostato come la caratteristica “cavalcata alla Maiden”, rivela un indole epica ed estremamente teatrale che lo rende il perfetto follow up alla tensione trattenuta nell'opener dell'album (cui il pezzo appare legato anche da evidenti assonanze a livello concettuale), qui finalmente libera di esplodere in tutta la sua carica tanto emotiva quanto puramente impattante.

Il basso di Harris sferraglia che è un piacere ad accompagnare e indicare la via a un McBrain come sempre puntualissimo partner in crime, mentre le tre chitarre di Gers (coautore del brano insieme a Harris), Smith e Murray tratteggiano riff lineari quanto solidi, contrappuntando il tutto con melodie a tratti più in primo piano, a tratti più oscure, che contribuiscono in modo sostanziale alla centratura del brano e alla sua riuscita “a tutto tondo” di cui si parlava in precedenza, coadiuvate anche da oculate quanto funzionali orchestrazioni (come da tradizione, ben lungi dalla tronfia opulenza spesso riservata a questo aspetto in ambito di metal classico, e non solo, negli ultimi anni), per un singolo tanto classico nell'impatto di base quanto perfettamente inserito nel mood generale dell'opera.

Se “Stratego” è configurabile come il singolo “classico” dell'album, alla successiva THE WRITING ON THE WALL spetta la palma di “singolo atipico”.

Firmata dal binomio Smith/Dickinson, la composizione mette in mostra sonorità in bilico fra classico hard rock e derive country/folk ascrivibili alla passione dei due per la musica di acts quali Thin Lizzy e Jethro Tull, con riultati a dir poco sorprendenti.

Ciò che ne deriva infatti un mid tempo brioso e catchy che, nonostante l'evidente tono dark e drammatico di fondo, sa risultare anche estremamente vibrante e gustoso all'ascolto.

Un brano “ruspante”, capace di enfatizzare in modo evidente le potenzialità derivate dalle scelte di suono fatte dalla band, la cui naturalezza (che bello sentire un album non flagellato da melodyne, plug-in, autotune e plasticosità di tal risma) trova qui una compiutezza spiccatissima, capace di coniugare mood sanguigno ed eleganza in modo pressoché perfetto.

Sugli scudi, qui come nel resto dell'album, uno Smith ispiratissimo in veste solista (un fuoriclasse troppo di rado esaltato, nelle sue peculiarità), capace come sempre di donare alle sue parti quel quid in più capace, da sempre, di fare la differenza.

E' quindi tempo, per la band, di piazzare lì il primo brano “monster” della tracklist grazie ai nove minuti e mezzo dell'articolata LOST IN A LOST WORLD.

Si tratta di un brano (manco a dirlo, firmato da Harris) che rimanda, per strutturazione, ad alcune cose di The X Factor ma, soprattutto, di Brave New World, grazie alla sua lunga intro acustica e a successive sferzate elettriche le cui incisive e insistite scansioni ritmiche danno modo a Dickinson di mettersi in mostra con una prova strabiliante per pathos e interpretazione, oltre che per una forma vocale che, nonostante le note gravi vicissitudini occorsegli negli ultimi anni, risulta assolutamente eccellente.

La gestione melodica di prim'ordine, tanto nei momenti maggiormente enfatici quanto in quelli in cui le tessiture sono più in secondo piano, unitamente a un calibrato uso delle orchestrazioni, permette a questo mid tempo dalla durata importante di risultare avvincente ed emozionante lungo tutta la sua durata, compreso lo splendido finale in cui l'interpretazione decisamente intima di Bruce raggiunge vette emotive di rara intensità.

Dopo un brano comunque piuttosto impegnativo, la trascinante DAYS OF FUTURE PAST è proprio quello che ci vuole:

una sferzata di pura elettricità firmata Smith/Dickinson (accoppiata immancabile, quando i brani si fanno pregni di influenze vicine all'hard rock/metal più tradizionale) che, puntando tutto su soluzioni decisamente classiche tanto nella strutturazione quanto nello stile, risulta assolutamente vincente in virtù di una freschezza compositiva ed interpretativa palese, configurandosi come un up-tempo di grande impatto che promette fuoco e fiamme nelle (auspicate) future esibizioni live della band.

Una ricarica di energia vitale prima di tuffarsi in una seconda parte di album che si preannuncia impegnativa fin dalla durata dei singoli brani, inaugurata dalla splendida quanto complessa THE TIME MACHINE (quasi inaspettatamente firmata da Gers insieme a Harris), primo brano in cui l'anima progressiva di questo nuovo “Senjetsu” si palesa in modo radicale.

Il pezzo, pur non eccessivo nella sua durata (non si raggiungono gli otto minuti), mette in mostra una band desiderosa di mettersi alla prova su strutture cangianti e soluzioni intriganti, che vedono i nostri flirtare in modo palese con influenze 70's e col progressive rock in generale per dare vita a una pasta sonora deliziosamente vintage capace di evocare in modo straordinariamente vivido le atmosfere affascinanti giocoforza richiamate dal titolo.

Echi di Rush, Yes, Camel e chi più ne ha più ne metta, opportunamente “Maidenezzati”, si rincorrono senza sosta in quello che senza dubbio uno degli highlight assoluti dell'intero lavoro, graziato, come se non bastasse, da soluzioni soliste spettacolari.

Una vera gemma. Le atmosfere si fanno di colpo cupe come non mai con la successiva DARKEST HOUR (firmata Smith/Dickinson e non così difficile da immaginare, per atmosfere, inserita in uno degli ultimi lavori del Dickinson solista), avvolgente ballata dai toni crepuscolari e drammatici (si narra qui di Winston Churchill e dello spettro della depressione che ha seguito negli anni più duri del suo ruolo di Primo Ministro inglese nel corso della seconda guerra mondiale).

L'estro chitarristico e il tocco inconfondibile di Smith sono qui messi completamente al servizio della sontuosa interpretazione di un Dickinson in stato di grazia, entrambi coadiuvati da una band semplicemente perfetta nel supportarli con gusto e puntualità nell'intento dare vita nel modo più vibrante possibile a questo affresco a tinte cupe di rara intensità emotiva.

Menzione d'onore ulteriore per il buon Smith, autore di un'assolo capace davvero di toccare l'anima.

Assolutamente da pelle d'oca. Giunti a questo punto di un album che ha messo già tantissima carne (di altissima qualità) al fuoco, mette quasi soggezione pensare che il trittico finale che ci si accinge ad affrontare sia composto interamente da brani dalla durata superiore ai dieci minuti, e che tutti e tre siano firmati unicamente da mr. Steve Harris (piuttosto famoso per l'intransigenza delle sue scelte artistiche).

Ma è sufficiente l'intro acustica e folkeggiante di DEATH OF THE CELTS per dissipare qualunque tipo di timore possa insorgere a riguardo:

esattamente come i suoi compari, il buon Harris è in forma smagliante, e ci spara lì un'intro gustosissima e straordinariamente evocativa che, come tutto il resto del brano, non può non rimandare alla celebre “The Clansman”, almeno da punto di vista dell'atmosfera.

Il brano, infatti, si snoda in modo decisamente più complesso e ricco rispetto al succitato classico dell'era Blaze, con un andamento più profondamente folk a marchiare a fuoco le bordate elettriche della strofa (chi scrive ci ha sentito pure un pizzico degli Skyclad più rocciosi) e uno sviluppo dinamico più profondo e variegato, che vede la band sfociare, soprattutto nella parte centrale del pezzo, in territori quasi puramente prog rock (alcuni fraseggi portanti rimandano addirittura alla scuola italiana degli anni 70, scatenando in chi scrive un entusiasmo davvero difficile da rendere a parole), il tutto cementato da aperture epiche straordinariamente evocative tanto nei costrutti chitarristici quanto nelle ben dosate orchestrazioni.

Un brano esaltante sotto ogni punto di vista, meritevole di un'immediata standing ovation.

Per chi scrive, probabilmente il miglior pezzo dell'album in assoluto, benché si tratti di una scelta talmente ostica da risultare quasi impossibile.

E' infatti meglio non sedersi, dopo la precedente standing ovation, perché l'oscuro passo di bolero ammantato di orientali sentori della meravigliosa THE PARCHMENT se la merita ampiamente a sua volta.

Il brano, prepotentemente elettrico ma anche estremamente avvolgente e ammaliante, rimanda un po' ad alcune cose di Dance Of Death, risulta, contrariamente al precedente, molto lineare nel suo dipanarsi, puntando tutto sul suo strepitoso ed oscuro costrutto melodico dai connotati esotici, enfatizzato da orchestrazioni mai così in primo piano nel resto dell'album e marchiato a fuoco da una lunga porzione centrale che vede i tre chitarristi fornire tre prove semplicemente stupende in fase solista:

Smith l'emozionale, Murray il virtuoso e Gars l'istintivo si alternano in modo perfetto, facendo forse capire anche ai più riottosi che non è solo per “lealtà” che il buon Gers non è stato silurato al momento del rientro in formazione di Adrian Smith.

Le tre chitarre si completano a vicenda in modo impeccabile, dando a una composizione già immensamente affascinante di suo (contrassegnata per di più da un finale in cui la band innesta energia e ulteriori sprazzi vicini al prog) quel qualcosa di magico in più capace di proiettarla all'istante a sua volta fra gli highlight assoluti del disco.

Si giunge così, inaspettatamente freschi e belli pimpanti (esattamente come la band) al brano conclusivo dell'album, intitolato HELL ON EARTH, e qui la band si supera, estraendo dalla manica un asso clamoroso sotto forma di un brano che, sebbene innervato da una struttura non innovativa rispetto ad altre cose ascoltate nel corso della medesima opera, riesce a spiccare in virtù di una progressione melodica che spinge questa cavalcata dallo sviluppo complesso quanto energico nel novero degli highlight assoluti della stessa in modo talmente avvincente da dare quasi l'impressione che, a voler calcare un po' la mano, ci sarebbero pure stati gli estremi per un'evoluzione ulteriore di alcuni spunti contenuti nel brano che, paradossalmente, si chiude dopo undici minuti abbondanti lasciando l'ascoltatore ancora desideroso di nuova musica, e con la voglia insopprimibile di riprendere immediatamente il viaggio appena conclusosi premendo nuovamente il tasto “play”.

Potere di un disco capace di coniugare in modo entusiasmante creatività e freschezza, che si fa beffe in modo platealmente irrisorio dei dictat “promozionali” della streaming generation fatta di musica usa e getta da consumarsi il più velocemente e spensieratamente possibile, puntando tutto sulla qualità, sull'evidente piacere del comporre e suonare insieme e sulla fiducia nelle capacità e nella volontà dell'ascoltatore di volersi calare completamente tra le pieghe di un'opera così totalizzante, ricca ed ambiziosa, in un interscambio virtuale fra band e pubblico dai connotati pressoché unici.

Un disco non per tutti, che se ne frega bellamente di doversi giustificare o di voler riconquistare quella frangia di fan e addetti ai lavori che ha voltato da anni le spalle alla Vergine Di Ferro ma che, anzi, sembra godere immensamente nell'esacerbare ancora di più i toni della contesa, figlio di una band evidentemente desiderosa di rendere conto sempre di più a se stessa, e solo a se stessa (e alle persone desiderose di seguirla nel suo percorso) del proprio operato:

orgogliosa e strafottente come si confà alla più grande heavy metal band di tutti i tempi (insieme ai Black Sabbath, of course), ben lungi dal voler abdicare dal suo trono e ben lungi dal volersi sedere sui propri allori.

Se non volete capire che qui dentro si trova, per distacco, il miglior metal classico cui si possa aspirare nel 2021. son solo problemi vostri.

Incommensurabili.

90/100

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